“C’era una volta… ” Ma no, non inizia certo così la nostra storia. 

Diremo piuttosto: “Qualche giorno fa” e “non tanto tempo fa”.

E ancora, sostituiremo la consueta principessa semplicemente con una bambina.
Questa bambina non si era addormentata nel bosco, non si era punta le dita con nessun fuso incantato e non amava in modo particolare le mele, tanto da rischiare di morirne avvelenata. 

Non aspettava nessun principe, tutt’al più un cavallo bianco.
Essa se ne stava, piuttosto, un po’ in disparte rispetto agli altri compagni, dopo essere stata presa in giro, finanche dalla maestra, per aver confessato, forse con enfasi eccessiva, di aver assistito a un fatto insolito:
La sua scuola aveva organizzato una gita e, dopo la visita all’Eremo di San Vitaliano e una merenda consumata allegramente seduti in giardino, si erano diretti verso il Borgo di Casertavecchia. La prima tappa prevedeva appunto il duomo, che come spiegava la guida “risale a ben 1200 anni fa, quando qui si erano insediate popolazioni provenienti dall’Europa dell’Est. In questo borgo, denominato Casa Hirta, perchè posto in cima, avevano costituito il loro abitato i Longobardi, appunto, ma successivamente fu occupato dai Normanni che vi regnarono fino alla fine del 1200. Il Duomo, che è stato cattedrale fino al 1841, è dedicato all’Arcangelo Michele, il santo guerriero che sconfisse il drago…”
Anita cercava di celare il suo interesse per quel luogo così suggestivo perchè troppo impegnata a  far notare il suo disappunto rispetto ai fatti accaduti a seguito della scampagnata, quando la maestra l’aveva dapprima chiamata “Credulona”, accusandola di comportarsi come le bimbe più piccole della sua età, e poi le aveva dato della bugiarda.
Gli altri compagni, figuriamoci, avevano riso e avevano fatto eco alle parole dell’insegnante, motivo per il quale la bambina preferiva starsene imbronciata e in disparte.

La chiesa, secondo il giudizio di Anita, era “grande e bella!”

C’era una luce particolare, che, a dire il vero, aveva notato essere caratteristica di tutta la cittadina.
Anita aveva ammirato già dall’esterno la stranezza dell’edificio con tutti quegli animaletti di pietra che decoravano la facciata. Entrando, poi, rimase affascinata in particolare dalle colonne alte e maestose che delimitavano la navata centrale.

“Ecco! Questo pulpito risale a 400 anni fa, ma è stato fatto riutilizzando dei pezzi più antichi, come questi mosaici medievali tipici del romanico meridionale…”

Anita ammirava i colori delle tessere e tutti quei dettagli dorati ma poi s’imponeva nuovamente di corrucciare la fronte e di non lasciarsi incantare.

“Qui, in questa cappella, possiamo notare degli affreschi medievali che sono sopravvissuti ai rifacimenti barocchi…”
La guida era un ragazzo un po’ più giovane della maestra e non era molto simpatico ma spiegava tante cose interessanti e usava parole sconosciute. Anita avrebbe fatto volentieri delle domande se non fosse stata arrabbiata.

“E queste sono le colonne che disegnano la navata, sono colonne provenienti in realtà da un’antica città che si trovava nella Piana di Maddaloni, proprio qui giù, di nome Calatia, distrutta alcuni anni prima. E’ molto bizzarra la storia che riguarda queste colonne poiché, in effetti, resta un mistero come gli abitanti del passato siano riusciti a trasportarli fin quassù. Pensate che una leggenda vuole che ce l’abbiano portate le fate…”

A questo punto Anita fu come ridestata e non potè più mordersi la lingua.
“Le fate!”
“Ah!ah!ah!”, canzonò nuovamente la maestra e i compagni e le compagne le fecero da coro. “Solo questo dovevate nominare! Le fate! Stiamo facendo una storia, da quando siamo arrivati al borgo. Eh, sì, perché dovete sapere che questa bambina ha il dono di parlare con le fate”, disse l’insegnante rivolta al ragazzo, con tono sempre più divertito. “Dice di averne visto una nel giardino di San Vitaliano…” 

“Ma no!” La interruppe ridendo la guida, “queste sono solo leggende! Resta, però, che non si riesce ancora a trovare una spiegazione soddisfacente di come queste – batté la mano su una delle colonne, sottolineandone l’imponenza – siano state trasportate da valle a cima.”

“E che cosa sono le leggende?” Chiese Anita con fare di sfida.

“Lo abbiamo studiato… ricordi?” Rispose la maestra.

“Certo che lo ricordo – ribattè prontamente la bambina – so che cosa sono le leggende ma, dico, se resta inspiegabile, perché allora non è possibile che siano state proprio le fate?” Si girò puntando il dito su ciascuna colonna ”1-2-3-4-5… 18! Questo vuol dire che ci sono almeno 18 fate! E allora in fondo non è così strano se su 18 fate io ne abbia vista almeno una!”
“Adesso basta, Anita! – proruppe la maestra con tono assertivo – qui stiamo studiando la storia, non le dicerie!”

Poi, rivolta alla guida, continuò: “io non capisco perchè bisogna inseguire delle fantasie quando è molto più interessante la realtà… la prego continui… diceva di Calatia… Bimbi ascoltate in silenzio, shh! Lasciate stare Anita, se trova più interessante fare la bimba piccola e stare con le fate vuol dire che così farà e nella vita non imparerà mai nulla… andiamo avanti!”
La bambina a questo punto aveva due scelte, entrambe dettate dall’emotività: o piangere; o fuggire.
Lasciò pertanto decidere al cuore quale fosse il desiderio più grande e, approfittando delle spalle del gruppo, sgattaiolò fuori dalla cattedrale.

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