Purtroppo dopo aver più e più volte bussato Anita dové constatare che la casa era disabitata, almeno all’apparenza. Avrebbe voluto entrarci lo stesso ma i pesanti battenti non erano molto incoraggianti e dopo un’attenta ispezione dovette confermare l’assenza di passaggi segreti.
Erano le due del pomeriggio. A questa ora del giorno, il paese era insolitamente deserto. Tutti quei turisti che appena poco prima si riversavano rumorosamente per le strade sembravano come scomparsi, come fossero stati inghiottiti dalle pietre antiche o dai vicoli più stretti.
Anita non sapeva bene cosa fare, seguiva le strade un po’ a memoria un po’ a istinto. Sapeva che quel che aveva visto era reale e l’unica cosa che voleva era una prova.

D’un tratto si ritrovò su un viale alberato che scendeva lungo la fiancata della collina. Era sicura che quella fosse la strada già percorsa all’andata. Camminava, con lo sguardo rivolto a ogni cespuglio, a ogni arbustello, fino al più piccolo fiorellino ma, per quanto fosse attento lo sguardo e fiducioso l’animo, della sua fata non vi era traccia.

Scendendo il viale alberato si ritrovò presso l’enorme castello, che all’andata aveva un po’ intimorito tutti, compresa lei.

Decise però che era il caso di dare un’occhiata più approfondita: del resto, quale migliore rifugio, per una fata, di un castello antico e disabitato?
Mentre guardava attorno alla grande torre, vide venire verso di lei una vecchina.
Rugosa e piccina ma con uno sguardo molto vivo, la testa alta e il passo fiero.
Indossava abiti che aveva visto solo in certe figure del passato.
Sulle prime Anita si spaventò: quell’insolita fgura era sbucata come dal nulla e, appena l’aveva vista, si era fermata. Sembrava immobile.
“Buonasera” disse, timorosa, ma rompendo ogni indugio.

La vecchina, strusciando il suo lungo abito a terra, si mosse in silenzio presso di lei.
Quando le fu vicina le disse con una voce innaturale: “Cosa cerchi, piccina?”
Anita vinse lo spavento e, sentendosi stranamente tranquilla, si abbandonò a una risposta spontanea:
“Le fate!”
La strana signora sorrise: “E come sai tu delle fate?”

A questo punto Anita le raccontò tutto l’accaduto.
“Mi sembra molto strano.” Disse la signora al termine del suo racconto.
“Ma io l’ho vista, lo giuro!” Replicò la bambina sull’orlo del pianto.
“Ti credo. Vedi, mia cara, le fate vivono nei monti qui intorno ma solo in rare occasioni si spingono fino al limitare della città e in ogni caso evitano di farsi vedere da noi esseri umani. Tuttavia non è impossibile.”
“Le fate vivono nei monti? Per questo si chiamano tifatini?”
“No – rise la vecchietta – Tifata è il monte più alto, ma il nome deriva da una lingua antica, ormai dimenticata, e significa Leccio, che è un albero simile alla quercia, puoi scorgerne le chiome sin da qui.

Ai monti è stato dato questo nome per via della presenza dei lecci.”
“Ed è tra i lecci che vivono le fate?”
“Certo. Vedi queste alture che sembrano tanto tranquille e silenziose… hanno visto molte cose: accampamenti di molti eserciti, in passato, hanno trovato ristoro nelle loro radure, sono state rifugio per tutte le popolazioni che qui si sono avvicendate nel corso del tempo. Hanno anche visto molte battaglie e inoltre, proprio sul monte Tifata, sorgeva un santuario dedicato a una divinità, chiamata Diana. Essa era una dea che proteggeva e custodiva i boschi, i corsi d’acqua… e anche le fate. Questo spiega la loro presenza. Il santuario ora non c’è più, altri popoli che si sono succeduti hanno sostituito usanze e culti ma certe cose non cambiano. La sacralità dei luoghi può essere più o meno sentita da chi li abita, può essere più o meno tramandata da diverse storie. Ciò che è certa è la sua presenza. Chi riesce ad avvertire nel proprio cuore questo sentimento può anche veder accadere l’improbabile.”
“Signora, come mai lei è l’unica a credermi?”
“Perché io le conosco! Devi sapere che tanto tempo fa, ai tempi in cui Casa Hirta era retta dalla fiera stirpe dei Normanni, si procedette all’ampliamento della cattedrale. Spesso, a quei tempi, non era possibile ricostruire interamente un monumento in tutte le sue parti, perchè era assai dispendioso e poi perchè questi popoli del passato credevano così tanto nel valore delle cose antiche che preferivano usarle per costruire il nuovo, piuttosto, che lasciarle abbandonate. Così, poiché servivano delle colonne più alte e più belle per alzare il corpo della cattedrale, avendo individuato nella piana sottostante una chiesa antica, mezza distrutta dalle invasioni di alcuni popoli selvaggi, decisero di riutilizzarle. Tuttavia, trasportare queste colonne dalla pianura fin quassù era un compito assai arduo per un essere umano. Fu così che una giovane donna che credeva in Dio, ma anche in Diana, e aveva la fortuna di conoscere la lingua dei popoli fatati, si recò sui monti e chiese aiuto alle fate. Esse non si fecero pregare e benché piccine riuscirono a portare le colonne fino in cima al borgo. In cambio chiesero solo di preservare i boschi dei monti, la loro dimora”
“E gli esseri umani li preservarono?”
“Non sempre, purtroppo. La memoria, che dovrebbe custodire il tempo, spesso si perde nei vortici della caducità se non la leghiamo ben stretta alla gratitudine e al valore delle parole.”

Anita aveva gli occhi grandi diritti in quelli della vecchina, ascoltava quelle storie con animo rapito e sereno. Non capiva ogni parola ma il senso delle cose le era ben chiaro.

“Qual è il tuo nome signora?”

“Siffridina, mi chiamo. Un tempo tutto questa vallata era della mia famiglia. Io sono qui da sempre.”

Anita si voltò ad osservare il panorama. Era veramente splendido: poteva scorgere l’intera pianura dove sorgeva l’antica città di Calatia abbracciata dai monti magici. Si perse a immaginare quale meraviglia dovesse essere stata vedere le 18 fate volare nel cielo trasportando quelle grandi colonne, come se stessero disegnando una cattedrale nel cielo.

“Grazie…” disse sommessamente, quasi le fosse sfuggito con il respiro disteso ma quando si voltò la signora era scomparsa, così come era apparsa, come dal nulla.
Non ebbe il tempo di capire e di cercarla perché dalla discesa vide sopraggiungere la sua classe con in testa la Maestra e il ragazzo che li accompagnava nella visita.

Voleva nascondersi, temeva in un forte rimprovero ma non vi fu cenno di meraviglia da parte del gruppo che pareva non essersi affatto accorto della sua assenza.

“E siamo giunti di nuovo qui, questa è l’ultima tappa – sentenziava a gran voce il giovanotto, quasi sollevato di essere alla fine del percorso – il castello fu costruito sempre ai tempi dei longobardi, nell’861,  e poi ampliato durante la dominazione Normanno-Sveva. Questa è la torre, detta dei falchi: infatti anche qui, come nel resto del regno di Federico II, era molto di moda praticare la falconeria, ovvero la caccia con il falcone. Anche su questa torre vi sono delle leggende…”

“No, no per carità!” Lo interruppe la maestra  “Ne abbiamo fin troppe, di leggende… vero, Anita? Ma dove sei? Vieni, non restartene lì impalata, che fai? Cerchi ancora le fate?” E giù ancora le risate della classe.

Non era cambiato nulla, eppure la bambina si sentiva completamente diversa, per cui, ignorando le prese in giro dell’insegnante, si avvicinò alla guida:
“Conosci una signora che abita qui? Si chiama Siffridina…”

“Abitava, vorrai dire! E tu come lo sai? Lo avrei spiegato ora… Siffridina era la madre del Conte di Caserta, Riccardo Sanseverino di Lauro, che amò molto questa città. Egli sposò addirittura la figlia dell’Imperatore Federico II, Violante, e durante le lotte con gli Angioini, che succedettero al regno agli svevi, rimase sempre fedele alla casata tedesca. Anche la madre ebbe un ruolo importante, perché restò fedele all’imperatore anche dopo la sua morte e la sconfitta della casata. Finì infatti i suoi giorni in prigionia, in una torre simile a questa. Ma non qui… a Trani, una cittadina in Puglia. A Siffridina è stata dedicata una delle stradine del borgo, come avrete notato, essa è stata infatti un personaggio importante per la storia di Casertavecchia.”
“Brava, Anita! – Le disse la maestra mettendole le mani sulle spalle – nel giro di pochi passi sei cresciuta: hai smesso di perderti nelle fantasie e ti sei invece interessata alle cose reali.”

Lo sguardo della bambina, ora, era confuso. Non disse nulla.
In lontananza con passo lento, ma fiero, vide la figura di Siffridina risalire verso il cuore del paesino.

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