“Sono qui da sempre. E non credo che potrò andare mai via. 

Sono morta in vecchiaia ma prigioniera, lontana dal feudo amato.

Tuttavia, la mia anima errante non ha potuto fare altro che tornare a questa terra per ritrovare il conforto di queste pietre familiari, tanto antiche quanto vive.
Gli abitanti ogni tanto dicono di aver sentito i miei lamenti ma io non mi lamento mai. Sono stata esule e prigioniera solo per difendere la mia città e la mia casata, quando le forze francesi hanno sgominato gli Svevi e abbiamo dovuto cedere il passo alla storia, passando il nostro stato da padroni a servi, da vincitori a vinti.

E’ questa, dopotutto, la natura delle cose. I francesi ci hanno vinto e, a loro volta, sono stati scacciati dagli spagnoli, fino a che queste quattro mura non sono, ahimè, diventate deserte. Solo da pochi anni, o almeno a me sembrano pochi, queste strade si sono rianimate e molte persone curiose, come voi, trovano conforto e giovamento nelle sopravvivenze di un florido passato, che ha visto tanti popoli e tanta storia snodarsi in questi vicoli.
Mio figlio, Riccardo, ha amato questo feudo come se stesso e, come lui, suo figlio, che per la sua fedeltà  agli Hohenstaufen ha dovuto subire come me l’oltraggio della prigionia.
Fui proprio io a implorargli di non desistere, di non cedere al vincitore, ma di restare fedele alla memoria gloriosa di suo nonno e di suo padre, al nome e al sangue di sua madre, appoggiando nella contesa lo sventurato Corradino, la cui sorte purtroppo era ben chiara.
Ho sofferto molto anche io sapendolo, come me, stretto nella morsa delle carceri, ma sentivo fermamente di fare la cosa giusta.
Difendere ciò in cui crediamo, onorare la parola data e fare in modo che essa non perda valore, rispettare la nostra casa: questi sono valori sempiterni! Spesso nel tradurli nel linguaggio del tempo ne abbiamo perso il senso originario.
Che sia un feudo o un’idea, non ha importanza, quel che conta è avere la forza di crescere e migliorare, pur restando, nella fedeltà del cuore, in piedi, a testa alta, sorretti dalle proprie idee. 

Solo da questo può derivare la felicità, perché essere felici è per l’appunto essere appropriati. Veri.

Conosco, di questa chiesa, ogni graffio sulla pietra, ogni piccolo angolo, conosco.

Potrei, a memoria, disegnare i giochi del sole, per ogni ora del giorno, e descrivere con esattezza i punti toccati dalla luce del plenilunio.

Ero qui quando è stata costruita nella sua forma attuale. Sono qui adesso, in mezzo a voi.

Ho cosí tante storie da potervi raccontare che non basterebbe l’eternità.

1-2-3-4-5… 18 colonne.
18 fate. 

Ve lo leggo sul volto… voi non credete alle fate.
Voi non credete ai fantasmi.
Malgrado sia qui a parlarvi non posso darvi torto: non si può credere all’impossibile se non si ha la forza di ascoltarlo.”

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