Siccome il mio soggiorno a Napoli non sarà lungo, visito per prime le cose le più lontane, quelle più vicine cadono per così dire sott’occhio. Sono stato con Tischbein a Pompei, e nel vedere attorno a noi, alla nostra destra ed alla nostra sinistra tutte quelle viste stupende, le quali ci sono note per le molteplici stampe, ci apparvero queste, nel loro complesso più meravigliose ancora. Pompei reca stupore poi ad ognuno, per le sue dimensioni ristrette e meschine. Sono strettissime le strade, tuttoché fornite da ambi i lati di marciapiedi; le case piccole, senza finestre, e le stanze illuminate unicamente dalle porte, le quali si aprono nelle corti, ovvero nei portici che circondano queste. Gli edifici pubblici stessi, il foro presso la porta, il tempio, una villa pure presso questo, si direbbero piuttosto trastulli da ragazzi, modelli in piccole dimensioni di edifici, anziché veri edifici. Quelle stanze poi, quegli anditi, quelle gallerie, sono tutte dipinte nel modo il più gaio, le pareti con un soggetto nel centro, attualmente rovinate per la maggior parte, ed i bordi e gli angoli con rabeschi leggieri, di gusto squisito, fra cui si vedono talvolta puttini, figure di ninfe, ed in altre, ghirlande ricche di fiori, animali addomesticati. Accenna per tal guisa la triste condizione di questa città, ricoperta per tanti secoli dai lapilli e dalle ceneri, ed ora risorta alla luce, a tale amore di tutto un popolo, per le arti figurative, di cui non può avere idea nè senso, nè provare bisogno ai giorni nostri, il dilettante, il conoscitore il più appassionato.

(Da J.W. Goethe, Viaggio in Italia, Napoli, 11/3/1787)