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Qui è dove Pilorusso, sorseggiando un caffè, incontra il vecchietto

Mi asciugo la fronte col fazzoletto e tiro un gran sospiro. Ogni cosa è rovente e l’ombra non procura alcun refrigerio. Guardo il piazzale accecante, la strada deserta e ho come la sensazione di trovarmi in uno
scenario da film western. Mentre sorseggio il caffè freddo, stordito per la luce, il calore e lo spaesamento del viaggio, mi ritrovo a chiedermi se questa sensazione di straniamento è dovuta al fatto che sono a casa, o ad un’impossibile distanza che ormai mi separa da questi luoghi.
Al tavolino di fronte, un vecchietto mi fissa, senza fare alcuno sforzo per nasconderlo. Per un po’ faccio finta di niente. Poi lo guardo negli occhi. Sorride in silenzio e continua a fissarmi. È un po’ sdentato, è abbronzato e pieno di rughe, ha gli occhi chiari, puliti e buoni. Lo guardo di nuovo. Lui ancora mi fissa, sorridendo.
«Dottò, scusate, permettete?». Faccio un cenno di assenso. «Mi pare che tenete una faccia conosciuta…
Siete americano?». Gli rispondo di sì. «Ma avete parenti, qui?».
«No, non che io sappia, almeno», gli rispondo.
«Che strano», dice. «Complimenti. Parlate un ottimo italiano».
«Grazie… In verità, la mia famiglia è originaria di queste parti. A casa continuiamo a parlare italiano, un poco. Ma qui non ho più parenti».
Inarca le sopracciglia: «Ahhhh, ho capito», dice, scandendo le sillabe come se parlasse a un bambino, ma con l’aria di chi ha appena saputo di un grave lutto. «E come mai siete qui?… In vacanza?».
«In verità sto cercando casa», gli dico, un po’ mio malgrado. «Ho deciso di stabilirmi qui. Vorrei scrivere un
libro». Di nuovo, inarca le sopracciglia, come se stesse osservando disegno sgangherato di un bambino: «Ahhhh,
un libro! Siete uno scrittore?».
Sorrido. «Non proprio. Sono un professore. Di letteratura. Ma amo molto scrivere. E vorrei scrivere un libro.
Vorrei farmi ispirare da questi luoghi. Vorrei ritrovare… casa, forse. La mia casa, intendo. Vorrei ritrovare me stesso, ecco».
Rimane in silenzio. Fa un sorriso larghissimo. Continua a fissarmi. «Come vi chiamate, se permettete?».
Glielo dico. Rimane in silenzio a fissarmi. Come se non riuscisse ad afferrare qualcosa. Forse, è la pronuncia
americana, penso. Cerco di restituire la pronuncia italiana: «Pee-low-ruzow. Daniel. Daniel John Peelowruzow».
«Pilorusso?», ribadisce lui, incredulo. Stavolta aggrottando le sopracciglia. Annuisco.
«E per forza dovevate tornare qua, allora!» Ride. «E quello, proprio qua a Pietralcina è stato ammazzato».
«Chi?».

«Come chi, scusate? Pilorusso».
Adesso devo avere un’aria interrogativa. «E sì! E se non lo ammazzavano, magari mo stavano qua pure tutti i vostri parenti. Magari a quest’ora la vostra famiglia non sarebbe dovuta stare in America. Per carità!
Starete una bellezza là, ci mancherebbe. Forse siete stato più fortunato di me. Eh, però, me lo dovete pure concedere: perché siete tornato, allora? Perché forse non è che i vostri parenti, quando sono partiti, se ne
volevano veramente andare. Saranno stati costretti, allora, no? E sapete perché?».
«Per Pilorusso?».
«Per colpa di Garibaldi!».
«Garibaldi? Cosa c’entra Garibaldi, ora?».
«Ah! Allora, guardate, se volete scrivere un libro, io adesso vi racconto una storia. Poi vedete voi, se ci volete scrivere un libro. Io non so scrivere, perciò… Ma se volete, voi, scrivete quello che volete. E poi mi dite se Garibaldi c’entra o non c’entra».
Forse il vecchietto non sa scrivere. Ma certo sa raccontare. E così, con gli occhi chiusi, lascio che il caffè freddo si annacqui in una brodaglia dolciastra, mentre mi racconta una storia strana, che parla di briganti e Piemontesi, ex soldati, contadini e galantuomini. Io non so dire cosa mi sia successo: mi sembra quasi di confondermi io stesso con il protagonista di questa storia.
Il vecchietto mi dice che è la storia di un suo antenato. E che in famiglia se la tramandano di padre in figlio, da cinque generazioni. Perché qui pare che abbiano dimenticato tutti quanti – ma loro no, loro non hanno mai dimenticato. E per questo me la racconta: perché sono uno scrittore. E perché quella storia, dice, riguarda anche me.
Non saprei dire chi fosse quel vecchietto. Non gli ho chiesto neanche il nome. Ma mi sono documentato,
poi. I fatti che racconta sono tutti veri. Solo del protagonista non so nulla. Non ho trovato niente. Non so
nemmeno se è esistito. A dire il vero, non so nemmeno se quello stesso vecchietto esista realmente.

Testo originale di Diego Rossi