Lo sentite questo profumo? Io non riesco a sentirlo che in maniera molto lieve, quasi impercettibile, ormai, ché tanti anni sono passati… Eppure, quella sera lo sentii, fortissimo, vibrare nell’aria – che quasi ne fui stordito. La sera, dico, in cui mi apparve il suo fantasma.

Molti giurano che il giorno 30 del mese di giugno, nell’aria attorno a una ben nota chiesa della città si spanda questo stesso, dolcissimo, odore che quasi stordisce. Il 30 giugno è il giorno in cui Aurelia morì e il profumo è il suo fantasma…

Ah! Ma non temete: ora lo sentite perché siete nei pressi di questa nota pasticceria, famosa per le sue sfogliatelle.

I laboratori di questa bottega, proprio questa, circa 4 secoli fa furono all’origine della tragedia di mia zia.  Ai suoi tempi le nobildonne avevano due possibilità per condurre un’esistenza rispettabile: il matrimonio o il noviziato. Come capirete, non era certo una scelta che spettava a loro, proprio perché fanciulle. Mio nonno, Nicolò, primo principe di Cellamare, scelse per le sue figliole il Convento della Croce di Lucca, che proprio grazie alla sua munificenza divenne in quegli anni fra i più prestigiosi e rinomati.

Tra i compiti di una comunità femminile di clausura, a Napoli, come altrove, c’è quello di confezionare dolciumi. A quei tempi in città vi erano conventi che avevano delle vere e proprie specialità: a San Gregorio si confezionava una torta, a quanto pare ora scomparsa, fatta di ricotta e petali di rosa; il convento della Maddalena era famoso per il confezionamento delle candide paste di zucchero, finemente decorate, quasi fossero un omaggio al signore dei cieli; le monache di Santa Chiara, invece, erano famose per le marasche sciroppate – una vera delizia, ve lo posso assicurare: la domenica non sono mai mancate alla nostra tavola; da bambini solevamo allungare lo sciroppo color rubino con l’acqua e giocavamo così a fare i grandi.

Il convento dove le mie zie presero i voti aveva una tradizione più recente ma che ben presto divenne tale da oscurare le altre: la tradizione della sfogliatella napoletana, proprio di quelle che vedete qui nelle vetrine, nelle sue attuali varianti, la riccia e la frolla. Pare che le monache l’avessero ricevuta dal convento di Santa Rosa a Conca dei Marini, un paesino della costiera amalfitana, e che poi l’avessero modificata fino a restituirla nella ricetta attuale. Nel convento amalfitano si produceva infatti l’omonimo dolce con l’amarena e la crema, ma le suore di Croce di Lucca lo avevano semplificato fino a farne la delizia che vedete ora: riccioli di sfoglia fragrante, cuore di semola e ricotta impreziosito da canditi e olio alla cannella.

Ah! Vi assicuro che le mie mani evanescenti vorrebbero afferrarne uno per addentarlo e goderne qui all’impiedi, appena fuori dalle arterie  principali, in punta di vicolo, sospendendo il frastuono della folla e senza preoccuparmi di sporcare gli stivali e il tabarro con lo zucchero a velo.

Vi prego, se potete fatelo anche per me! Fate pure con comodo! Io vi attenderò un poco più avanti…