Se si pon mente alla distanza di Pompei dal Vesuvio, si comprende che la mole ingente di prodotti volcanici i quali l’hanno ricoperta, non potè essere nè qui lanciata da un eruzione, nè trasportata da un colpo di vento; è forza supporre di preferenza, che quelle ceneri, che tutti quei lapilli dovettero rimanere sospesi un certo tempo per aria quasi una nube, infine a tanto precipitarono sull’infelice città.

Volendosi rappresentare colla maggiore evidenza quel fenomeno, si potrebbe prendere a considerare un villaggio di montagna, sepolto sotto le nevi. Gl’intervalli fra gli edifici, gli edifici stessi sfondati nei tetti, rimasero sepolti, dai materiali caduti, ed intanto poterono continuare a sussistere i muri quando posteriormente, in tempi più o meno remoti, venne coltivata a viti la collina sorta sulla città, o ridotta ad orti, ed a giardini. È certo poi, che parecchi proprietari lavorando profondamente i loro terreni, devono avere fatto scoperte di rilievo. Si trovarono parecchie stanze vuote, ed in una di queste si rinvennero piccole masserizie, ed utensili di casa, non che lavori artistici, nascosti in un mucchio di ceneri.

(Da J.W. Goethe, Viaggio in Italia, Napoli, 11/3/1787)